Ascoltando e leggendo i continui dibattiti sulla miglior politica da adottare nei confronti dell’immigrazione, mi vengono in mente alcuni piccoli spunti di riflessione, che provo a riassumere brevemente qui di seguito.

1 – Non siamo di fronte ad una massiccia emigrazione, ma ad un esodo che ha caratteristiche simili a livello mondiale, che si parli dell’Europa o degli Stati Uniti.

2 – La speranza che il problema si risolva semplicemente costringendo tutti alla convivenza forzata, cercando di tamponare il problema con una assistenza minima per un periodo limitato, ha risultati che rischiano di far perdere il controllo in breve tempo: da una parte crescono xenofobia e razzismo insieme alla sensazione di insicurezza e impotenza,  dall’altra creano enclavi di persone non integrate, senza radici, senza capacità di comunicazione (a partire dalla lingua), spaesate e senza occupazione, pronte a cadere vittime di chi riesce a dare loro una minima soluzione, che sia lo spaccio o la guerra religiosa. Questa è purtroppo la scelta dei nostri attuali governanti, e minaccia di non portare nulla di buono.

3 – Cavalcare i sentimenti negativi, come sta facendo l’ottusa opposizione alla ricerca disperata di qualcosa da dire, non fa altro che estremizzare i problemi. E a lungo termine (ma è un lungo che si accorcia sempre più) aumenta la pressione di una comunità già allo stremo per i problemi economici, alla ricerca di uno sfogo e di un nemico visibile. E una comunità chiusa e sospettosa non è in grado di difendere nemmeno sé stessa ed è destinata a disgregarsi sempre più.

4 – La scelta apparentemente moderata di distinguere i disperati costretti a scappare da guerre, terrorismo e dittature rispetto a chi viene a cercare nel moderno e civilizzato occidente una occasione di miglior vita è nella migliore delle ipotesi abbastanza ingenua e nella peggiore un caso di falsa coscienza. Cercare di distinguere il grano dal loglio all’interno di una massa enorme, senza documenti e  con la precisa volontà di arrivare in occidente è poco più di una buona intenzione.

E’ evidente che la soluzione al problema non può rientrare nella categoria dei buoni sentimenti né essere semplificata con esibizioni muscolari. La soluzione deve essere portata fuori dall’emergenza e deve diventare strutturale.

E se devo pensare ad una soluzione, devo confessare un conflitto di interesse.

La mia famiglia ha già affrontato una situazione del genere, dalla parte degli immigrati.

E attenzione, non sono musulmano, non arrivo dalla Somalia, non sono neppure meridionale ma piemontese dalle origini antiche. Eppure anche i miei parenti sono stati “migranti economici”, orribile formula per dire che hanno cercato fortuna in una terra diversa da quella in cui rischiavano di morir di fame. E lo sono stati molto tempo prima che la migrazione divenisse l’argomento di moda, addirittura dal 1892.

Peinetti Luigi, ventiduenne, si è presentato ai funzionari dell’immigrazione in quell’anno. Ha dovuto dichiarare le sue generalità, quale era la sua destinazione, quanti soldi aveva per raggiungerla e chi lo aspettava all’arrivo.

Per un giovane contadino, probabilmente mai uscito dalla sua regione, non dev’essere stato facile. Eppure lo ha fatto e sono convinto che sia riuscito ad integrarsi ottimamente, superando anche la diffidenza di cui è stato sicuramente oggetto.

Per chi vuole, qui troverete le prove di quanto dico: http://www.libertyellisfoundation.org/.  (suggerimento: provate anche voi a digitare il vostro cognome, potrebbe essere una sorpresa).

Ellis Island non è stata una soluzione senza difetti e non ha impedito l’entrata di delinquenti o lo sfruttamento dei disgraziati. Ma è stata una soluzione chiara: si entra in “Ammerica”, ma bisogna essere riconosciuti, accettati e occorre rispettare le regole.

Ispirarsi al passato per gestire il futuro ?