Le province della Renania, dell’Acquitania e del Belgio sono ormai allo stremo.

Una invasione senza precedenti sta travolgendo le popolazioni di quelle province e nulla sembra ormai possibile fare per riuscire a fermarla.

I nuovi arrivati non si limitano a prendere possesso dei territori con la prepotenza e spesso con le armi. Impongono la propria cultura, la propria religione, i propri usi e costumi.

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Siriani ? Etiopi ? Libici ? No, non è il giornale di stamattina, ma semplicemente la cronaca di quanto successo nel III e IV secolo, con i Franchi, i Burgundi e i Vandali.

E il risultato finale non è discutibile: basti pensare ai Franchi per avere un’idea dell’influenza che hanno avuto nella storia d’Europa.

Ora ci troviamo davanti ad una nuova invasione e la risposta dei governi è stata un crescendo di preoccupazione, con continui cambi di strategia, confermando ancora una volta di non avere mai la capacità di una visione di lungo termine.

Prima l’emergenza umanitaria, poi il tentativo di dividere il grano dal loglio, gli immigrati che scappano dalla guerra rispetto a quelli che vengono per fame sognando un futuro diverso; infine la costruzione dei muri per cercare di arginare l’ondata.

Ogni paese europeo (ma anche l’America del Nord segue la stessa strada) ha trovato al suo interno sostanzialmente due atteggiamenti: quello dei Galli, che riconoscendo l’impossibilità di ribellarsi all’invasore (prima i romani, poi i barbari), aprirono più o meno volentieri le porte sparendo dalla storia (perlomeno fino all’arrivo di Asterix 🙂 ); e quello dei romani, che provarono a costruire muri, a definire limes, con il solo risultato di rendere più violente le incursioni sempre più frequenti dei popoli vicini.

Sono passati quasi duemila anni: la civiltà, la speculazione filosofica, la politica, la convivenza civile hanno avuto il tempo di evolversi ed è giusto aspettarsi un approccio più sofisticato; come spesso accade, occorre mettere in gioco gli interessi particolari, la rendita immediata per favorire il benessere comune.

Non facile dissuadere chi vede la possibilità di notevoli riscontri economici (e politici) dalla gestione dell’emergenza.

Ancor più difficile riuscire a smorzare le urla di chi, dall’opposizione, cavalca il disagio.

Eppure, forse, con un occhio leggermente distaccato, il problema ha dei punti chiari, cui si può provare a dare una risposta, non semplice, ma effettiva.

Quindi distinguiamo inizialmente due aspetti : l’emergenza, i barconi che arrivano senza sosta, l’invasione (per fortuna pacifica) alimentata dagli interessi di scafisti, capi tribù e interessi nazionali inconfessabili da una parte; la soluzione strutturale, la gestione politica (in tutti i suoi aspetti) che porti a superare i problemi, a creare le condizioni perché spariscano (o diminuiscano) le motivazioni che portano così tante persone a rischiare la morte per un sogno spesso fasullo dall’altra.

E dalla soluzione strutturale si deve partire per risolvere anche l’emergenza. Avendo il coraggio di affrontare i problemi con la concretezza, senza slogan vuoti, pronti anche ad andare contro il “politically correct”.

L’area medio-orientale, da cui provengono la maggior parte degli immigrati (aggiungendo Somalia ed Etiopia) sono il risultato, è bene dirlo, di terribili errori tattici e strategici da parte dei paesi occidentali.

Il caso più eclatante è la Libia, come ormai è ammesso da tutti. Eliminare Gheddafi ha forse dato l’illusione a molti benpensanti di riuscire a fare un passo verso la democrazia, ma nella realtà è stato un maldestro tentativo di imporre la propria influenza da parte francese con l’aiuto della Gran Bretagna e l’incapacità di opporsi dell’Italia. Scelte che è bene tenere presenti, anche da utilizzare come peso morale e politico in sede di contrattazione europea.

In Siria la situazione si fa ogni giorno più difficile perché si ripresentano le modalità da blocchi contrapposti, un clima da guerra fredda in cui è ben difficile agire e interagire.

E dai paesi sub-sahariani non può che esserci la volontà di fuggire da una realtà violenta, affamata e senza speranza.

Ma se questa è la situazione è compito della politica (della buona politica) assumersi le responsabilità delle scelte e intervenire.

E gli interventi possibili possono essere solo: diplomazia diretta (verso il paese soggetto), diplomazia indiretta (verso i paesi con interessi sul paese soggetto), militare.

Questo ultimo è il punto delicato. Quale atteggiamento possiamo avere verso paesi che fanno della violenza e della prevaricazione il normale modo di convivenza “civile”?

Sappiamo tutti che l’Italia ha scritto a chiare lettere in costituzione che “ripudia la guerra”.

Ma attenzione, la frase esatta è “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

E non mi sembra che qui si voglia offendere le libertà di altri popoli (semmai ridarla) e neppure dirimere una controversia internazionale. Il che non significa naturalmente dichiarare guerra a qualcuno, ma accettare con serietà un impegno che può comprendere anche l’uso della forza (o la sua minaccia) per ottenere i risultati voluti.

Sarebbe un cambio completo di strategia per una nazione che fino ad oggi ha preferito ondeggiare tra atteggiamenti ambigui verso nazioni terroriste e fedeltà atlantica.

Vorrebbe dire avere la forza e il coraggio di pretendere lealtà e correttezza dagli alleati europei, vorrebbe dire lavorare con forza per la costituzione di una vera forza militare europea, costringendo anche gli altri stati a perdere una parte della loro indipendenza in cambio di una maggiore e più duratura sicurezza.

Senza con questo dimenticare l’azione diplomatica, confortata dalla forza e dalla certezza delle proprie posizioni e usando qui sì la capacità tutta italiana di dialogare con tutti per avvicinare le posizioni.

Solo pacificando, con tutti i mezzi possibili, tutta quella parte di Africa oggi in crisi riusciremo ad evitare di essere sommersi da un’invasione che altrimenti ci soffocherà.

E come ultima proposta e provocazione è bene anche valutare quanto costerebbe investire in questi paesi, con due obiettivi di estremo interesse: dare alle popolazioni locali la prospettiva di un futuro migliore e dare alle nostre eccellenze, alle nostre aziende in cerca di nuovi mercati e di nuove occasioni la possibilità di espandersi e di raccogliere nuove sfide.

Anche l’emergenza, che nel frattempo deve comunque essere gestita, può avere approcci diversi e meno ondivaghi.

La premessa da cui partire sono legalità e accoglienza. Chi vuole entrare nelle nostre comunità, deve come prima cosa accettare le nostre regole e adeguarsi ad esse. E prima ancora, deve comprenderle, conoscendo almeno le basi primarie della nostra lingua.

E’ possibile poi anche per l’accoglienza provare ad immaginare qualcosa di diverso da quanto fatto fino ad oggi, cioè ammucchiare i profughi in alloggiamenti più o meno adeguati obbligandoli a giornate vuote ed inutili in attesa di una burocrazia dai tempi infiniti ?

Il nostro paese è pieno di borghi vuoti ed abbandonati (per chi fosse curioso, provate a guardare qui). Se fossero l’occasione di una nuova patria per chi ha perso la propria ?